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APOCALISSE DI GIOVANNI cap I

Una preghiera d’ invocazione affinché lo Spirito ci illumini nella comprensione

APOCALISSE I GIOVANNI CAP. I, 12-20

L’ ICONA DI CRISTO NELLA GLORIA

12 Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro 13 e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14 I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, 15 i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. 16 Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.
17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo 18 e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. 19 Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. 20 Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

Giovanni ora descrive la visione di quella domenica nell’ isola di Patmos. Egli tratteggia un’ icona grandiosa che ha al centro la figura di Cristo.

Sullo sfondo, si levano sette candelabri d’ oro ( un altro settenario), che ricorda il candelabro ebraico a sette braccia (menorah). Ogni lume è indipendente e rimanda alle sette Chiese, come si spiegherà in finale. Cristo è, dunque in mezzo alle comunità dei fedeli.

Al centro, quindi, c’è lui, raffigurato come “Figlio d ‘uomo. Cristo indossa una talare, cinta da una fascia d’ oro: è il paramento del sacerdote, per cui egli è tratteggiato come il Supremo sacerdote della nuova alleanza. La sua capigliatura è candida come la neve ( tratto in cui si identifica Dio stesso), ed è segno di eternità. Gli occhi fiammeggiano come fuoco, evocando sia amore, sia giudizio distruttore. I piedi bronzei denotano stabilità, fermezza e sicurezza. La sua voce è possente come il mugghiare dell’oceano ed esalta la trascendenza e la superiorità potente della divinità che è in Cristo.

La sua destra afferra sette stelle che rappresentano gli angeli che vegliano sulle Chiese. La lingua che esce dalla bocca di Cristo è come una spada affilata: la Sua parola è una sentenza efficace che giudica e subito colpisce il peccato. Il volto di Cristo è tutto aureolato di luce pasquale, come già aveva osservato l’ evangelista Matteo nell’ episodio della trasfigurazione sul monte Tabor. Di fronte a questa manifestazione gloriosa, Giovanni è abbacinato e travolto.

Risuona l’ appello a “non temere”, una rassicurazione capitata a tutti i profeti investiti dalla loro vocazione. Questo invito introduce un oracolo divino: Cristo stringe in mano le chiavi, simbolo di potere, destinate ad aprire e chiudere le porte della città dei morti, l’ Ade. Ma è anche il passaggio dalla morte alla vita eterna e la vittoria definitiva sugli Inferi.

A Giovanni oramai incombe il compito di raccogliere in un testo profetico la rivelazione ricevuta, cioè il Cristo glorioso, Signore della storia, e di ciò che è accaduto e che accadrà.

Questo è il mio fioretto di oggi

Spesso mi sono domandata perché la Bibbia è così complicata e perché i profeti o Gesù stesso, si esprimevano attraverso simbolismi così astrusi e complessi. Non ho una risposta precisa, ho delle supposizioni. Tra il mondo materiale e quello spirituale c’è una differenza abissale, desumo pertanto che per incontrarsi, bisogna ricorrere a degli escamotage. È come quando si parlano lingue diverse e per cercare di capirsi, bisogna scendere a gesticolazioni varie o, come nei sordomuti, che si è inventato un vero e proprio alfabeto di gesti, per dialogare in quel regno del silenzio. Sta di fatto però che Dio si trova nei dettagli, è perciò una libera volontà dell’ uomo quella di cercarLo. La mia domanda iniziale decade da sé. Non è Dio che deve adeguarsi a noi, ma bensì siamo noi che dobbiamo sentire l’ esigenza DELL ‘ INCONTRO, in questi casi la Divinità si svela: “tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”… diceva Pascal

Giusy Lorenzini ❤️

Scritto con l’ aiuto del libro del card. Gianfranco Ravasi “Apocalisse”