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Un popolo che non ha memoria del passato, non può costruire il suo futuro

ARRIVAI IO E TE NE ANDASTI TU…

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-Mio padre Dino, emigrante ad Arbon cantone tedesco in svizzera,1962-

Fu proprio così, io nacqui a Pieve di confine, tra Umbria e Toscana, in una grande famiglia, quelle di una volta patriarcali, tra nonni, zii, cognate…Ma il podere non riusciva a sfamare tutti, così mio padre decise di partire a fare l’emigrante ad Arbon, un cantone tedesco in Svizzera. Mia madre era una ventenne ed io avevo pochi mesi, non potemmo andare con lui. Il babbo aveva già un contratto di lavoro in tasca prima di partire, altrimenti non lo avrebbero voluto questo povero contadino italiano. Mio padre mi raccontò lo strazio di mamma, giovane sposina nativa di un altro paese, si sentiva un’estranea, senza mio padre accanto in quella famiglia acquisita, rimanere lì, sola, con questa bambina, fu un dolore grandissimo per lei. Mio padre mi raccontava che il viaggio fu un incubo, durato due giorni in III classe che equivaleva a sedili di legno, che equivaleva a cabine strapiene di gente, con tanto di bambini al seguito. Mio padre cedeva spesso il suo posto alle donne che avevano per interminabili ore i propri figli in braccio. Quando arrivò  in Svizzera, non c’erano case adeguate per persone in cerca di fortuna. Ad attenderlo c’erano baracche, dove coabitavano in molti e senza servizi igienici, per cui, per ogni necessità fisiologica, bisognava uscire fuori a – 20 gradi sotto zero. Mio padre aveva un grande spirito di adattamento e in fabbrica si integro’ facilmente, facendo comunque dieci ore al giorno. Nelle baracche, come succede nelle caserme si faceva subito amicizia, e scattava tra questi disgraziati uno spirito di solidarietà impensabile nelle nostre società moderne. Mio padre cercava di risparmiare su tutto, pur di mandare i soldi a mamma e a me. Mi raccontava che i lavoratori facevano turni diversi, cosicche’si usava riciclare l’acqua della pasta e ognuno metteva pasta nuova sempre su quell’acqua vecchia. Io non riuscivo a capire il perché di questa cosa così poco salutare, ma lui mi spiegò con una disarmante naturalezza: “PER RISPARMIARE IL SALE!”. Tutt’ora se ci penso, i miei occhi trattengono a stento le lacrime! Non si poteva comunicare con la famiglia, se non per posta, così il babbo mandava le sue foto e mamma le nostre, con delle dediche d’amore sgrammaticate, ma le più belle che io abbia mai letto.

-Foto personale- Dietro ad una foto si usava scrivere dediche d’amore

BRUTTE NOTIZIE

 A quei tempi non c’erano mezzi di comunicazione, se non per posta, per cui ogni notizia scritta per lettera aveva tempi lunghissimi per giungere a destinazione e ottenere in seguito, l’agoniata risposta. Fu così che mamma scrisse a mio padre che i miei piedini andavano storti e che avevo difficoltà a camminare…ero già nata sotto una cattiva stella! Quando arrivò questa notizia a mio padre, in lui si scatenò l’Inferno e, in pochissimo tempo gli caddero tutti i capelli per la disperazione. Mamma nel frattempo mi fece visitare da un medico che comprese subito il problema: l’alimentazione che mi veniva somministrata era povera di calcio e di tantissime altre vitamine, per cui il medico mi prescrisse un medicinale molto diffuso in quel periodo: l’olio di fegato di merluzzo. Non so se fu questo rimedio o un cambio di alimentazione, sta di fatto che cominciai piano, piano, a camminare. Mamma si affrettò a scrivere che stavo migliorando, ma quando arrivò la lettera, i capelli di babbo erano già caduti (fortunatamente poi ricrebbero). Quando tornava a casa, di tanto in tanto, io ero cresciuta e non lo riconoscevo come mio padre, non volevo i suoi baci, né che dormisse con mamma. Dulcis in fundo, non lo volevo chiamare babbo. Questo insieme di dolori sommati, fecero scattare in mio padre la decisione di tornare in Italia. E tornò, ma la sua patria era ancora povera e per sopravvivere cambiò moltissimi mestieri…ma questa è un’altra storia…

Caro diario, ho voluto inserire questo racconto di mio padre, in primis, per raccontare ciò che noi italiani abbiamo dovuto sopportare, sempre per essere stati governati male. Ovviamente questo racconto apre discussioni infinite sull’ emigrazione e per ora lascio a chi leggera’ una riflessione su un tema attualissimo, dove ancora non si trovano soluzioni ragionevoli e giuste.

Ho sospeso temporaneamente il mio impegno referendario per sostenere il NO al cambiamento della nostra sacra Costituzione, perché i furbetti hanno spostato la data del referendum al 4 Dicembre. Furbetti, certo, poiché sarà freddo, ci sarà il picco d’influenze e molti anziani potrebbero starsene a casa. Già, il voto degli anziani conta parecchio, perché chi ha vissuto la Resistenza e il ventennio fascista, sono sicura che in moltissimi voterebbero NO. Comunque i miei prossimi post torneranno sul referendum, eccome, se torneranno!

Per ultimo…

Ho fatto un leggero cambiamento al titolo del blog, perché ho sentito l’esigenza di allargare i miei orizzonti. Dio ci sarà sempre, ma per esempio, ora è tempo che scriva articoli sulla costituzione. Il mondo è vicino e lontano secondo la nostra cultura, al luogo dove si nasce, ai propri personali gusti, alle proprie idee. Ciò che puo’ sembrare giusto a me, può apparire sbagliato per qualcun’ altro e allora tutto è di nuovo vicino e lontano. L’importante è confrontarsi, discutere, poiche’ insieme si cresce. Non ho potuto cambiare l’indirizzo del blog perché non sono all’altezza di poterlo fare e ho temuto di perdere tutto il materiale, per cui resta sempre diolontanoevicino.WordPress.com Cercatemi eh! E segnalatemi eventuali problemi ed (eventuali) soluzioni. Un abbraccio

Giusy

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