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Un popolo che non ha memoria del suo passato, non può costruire il suo futuro

L’ARTE DI ARRANGIARSI E LA DIASPORA

imageFoto scattata da Anselmo Gigli ( 1872-1958)-
Il mio piccolo paese, in quel periodo storico-

Mio padre mi raccontava, che nonostante tutti gli sforzi e le fatiche sovrumane di ogni santo giorno, il cibo mancava, non bastava proprio in quella casa, erano dieci persone da mettere a tavola, pranzo e cena. Non c’erano più buchi nella cintura da poter stringere, la situazione era davvero  drammatica. I figli più grandi cominciarono ad allontanarsi da casa per poter sopravvivere. Zia Ida, era la più grande di tutti gli otto figli e partì per Torino, a far la domestica dallo zio Nicola. Lui faceva la guardia carceraria e stava economicamente un po’ meglio, certo, per zia Ida però, non furono anni facili, lontano dalla famiglia, cresciuta in campagna e di colpo catapultata in una città sconosciuta, per giunta, a far la domestica per poter mangiare…e così, Signora povertà, scelse per lei suo destino. In seguito, arrivò anche il turno di zia Dina. Aveva sei anni la piccola, quando un giorno su in collina arrivo’ da Nizza, la sorella di nonna Pasqua. La zia “francese”, non ci mise molto a capire come andavano le cose in quella casa e così, propose alla nonna di portare Dina con sé, in Francia. Lei e suo marito non avevano figli, le avrebbero dato un’ istruzione, l’avrebbero accudita e nutrita a dovere…Nonna Pasqua e nonno Paolo, si lasciarono convincere…Dina partì. E fu così, che Signora povertà, si prese anche lei. La guerra intanto diveniva sempre più virulenta, bombardarono le ferrovie, le strade, cosicché, Dina non poté  tornare più per molti anni, per l’esattezza, dieci, partì bambina e tornò  donna. La follia della guerra è anche questa, essa penetra nella vita delle persone e stravolge ogni percorso. Finita la guerra, zia Dina, oramai sottratta dal suo nucleo familiare fin da bambina, dalla sua patria, non volle più tornare e rimase a Nizza tutta la vita. Un’altra sorella che dovette adeguarsi alla dura legge della sopravvivenza, fu zia Bruna, ella non partì lontano, ma andò a prestare opera nei campi, da dei parenti che abitavano al di là del colle. Questo significava, camminare lungo una via sterrata che girava in torno ad un monte, fino a oltrepassarlo. Lì, zia Bruna, lavorava e tornava a casa settimanalmente…con la paga, che consisteva in un sacco di juta pieno di pagnotte di pane e forme di formaggio. La strada di ritorno con quel fardello, era doppiamente lunga e zia era una donna minuta, quel peso era proprio insopportabile! Tant’è, che quando cominciava da lontano a scorgere la sua casa, iniziava a gridare a squarciagola chiamando i fratelli e loro accorrevano in soccorso, ben felici di riabbracciare la sorella…e di poter finalmente riempire quelle pance perennemente vuote! Mio padre era piccolo per lavorare nei campi (come facevano gli altri fratelli), ma non rimaneva inerme. Mi raccontava, che essendo molto bravo a scuola, spesso alcuni compaesani, chiedevano a lui ripetizioni per i propri figli meno capaci. Mio padre, occasioni così non se le faceva scappare di certo e così, raggranellava qualche soldino, oppure un invito a cena, o ortaggi e frutta da portare a casa. Mio padre mi raccontava, che possedeva una cassettina di legno con la serratura e la chiave, dentro ci teneva qualche spicciolo, mandorle, noccioline, pinoli, per i momenti più difficili e l’inverno era tra questi. Con l’arrivo dell’inverno, nutrirsi, era molto di piu’ di un mero corso di sopravvivenza, come possiamo immaginarlo noi, cresciuti nel benessere. In quel periodo storico, vinceva lo spirito di adattamento, l’inventiva, l’arte di arrangiarsi. Mio padre pur essendo piccolo, s’ingegnava a costruire con dei ferretti arrugginiti, delle trappole per catturare uccelli, le posizionava tra la neve con qualche granaglia e così, acchiappava qualche passerotto, triste cibo, ma quantomai indispensabile!
GRANDE BABBO!!!!

Caro diario, in prossimità della festa del papà, ho deciso di continuare a scrivere le storie che mio padre mi raccontava. Desidero ardentemente che questa memoria venga conservata, è un patrimonio che ci appartiene, fa parte delle nostre radici contadine. È un passato che andrebbe “rispolverato” e messo in luce, tramandato a più persone possibili, insegnato a scuola e con ogni mezzo disponibile. Stiamo attraversando un periodo storico difficilissimo e senza una memoria lucida, viva e ardente, potremmo assistere ad nuova deriva inesorabile verso quel passato, fatto di povertà e sofferenza .
PS. Ricordo a tutti i lettori che gli altri racconti di mio padre e di quel passato non troppo lontano, li trovate all’interno del blog: https://diolontanoevicino.wordpress.com/category/mio-padre-mi-raccontava/
Grazie a voi che mi seguite così numerosi, un abbraccio di… ❤… ✒ GIUSY

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