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Salvador Dalì-Divina Commedia-Inferno, Canto XIII-La selva dei suicidi-

“Cred’io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.

“Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».

(Inferno, canto XII, w. 25-30)

Nel 1950, in vista della commemorazione del 700º anniversario della nascita di Dante Alighieri, il governo italiano commissiono’ a Salvador Dalí l’illustrazione della Divina Commedia. Dalí impiego’ ben nove anni per creare i numerosi acquarelli, in totale cento.
Salvador Dalí, illustra il viaggio di Dante attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Egli riesce a mantenere la sognante atmosfera Dantesca aggiungendo però il suo tocco personale attraverso i suoi simboli caratteristici: figure molli, stampelle e ossa volanti. Il soprannaturale si mescola in un’esplorazione audace della spiritualità, andando a creare una versione unica della Divina Commedia.

NELL’ORRIDA SELVA DEI SUICIDI

Dante e Virgilio entrano nell’orrida selva dei suicidi che non conservano aspetto umano ma sono rinchiusi nei tronchi degli alberi, le cui foglie sono straziate dalle Arpie. La selva dei suicidi, è un bosco pauroso, fitto di alberi che non hanno fronde verdi, ma scure; tronchi e rami, di colore cupo, sono orribilmente contorti e irti di spine avvelenate. Il silenzio della selva è interrotto dai lamenti delle mostruose Arpie, uccelli dal volto umano che fanno i loro nidi sugli alberi. I due poeti si addentrano nel secondo girone del settimo cerchio, non si vedono anime di peccatori, ma se ne odono i lamenti. Dante, sentendo levarsi da ogni parte tristi gemiti e non vedendo alcuna persona, si arresta smarrito. Virgilio, pensando che egli creda che tali voci provengano da persone nascoste dietro gli alberi, lo invita a spezzare qualche ramo per rendersi conto di come stanno in realtà le cose. Dante, allungando la mano, spezza un rametto da un grosso cespuglio spinoso, ma il tronco si macchia di sangue e rimprovera il poeta di averlo strappato, senza alcuna pietà. Come un ramo verde quando viene bruciato da uno dei capi, lascia uscire gemendo gocce di umore e stride per l’aria che ne esce, cosi dal ramo spezzato, escono insieme gocce di sangue e parole, per cui Dante, spaventato, lo lascia cadere a terra. Interviene a questo punto Virgilio in difesa del suo discepolo, dicendo all’anima che Dante non avrebbe spezzato il ramo, se avesse saputo ciò che sarebbe successo. Anzi, invita l’anima nascosta nel cespuglio a rivelarsi in modo che Dante, tornato nel mondo, possa far rivivere la sua memoria. Il tronco, allettato da tale promessa, si rivela per colui che tenne le chiavi del cuore di Federico II: egli è infatti Pier della Vigna, segretario dell’imperatore. Naque a Capua alla fine del XII secolo, da famiglia umile, fu giurista e letterato. Studiò non senza difficoltà a Bologna e entrato alla corte di Federico II di Svevia come notaio, si conquistò i favori dell’imperatore, fino a diventarne il più fido consigliere. Sospettato di alto tradimento, ingiustamente secondo Dante, nel 1248 fu imprigionato e accecato. Morì suicida nel 1249 a Pisa o forse nel castello di San Miniato.

LA DURA LEGGE DEL CONTRAPPASSO, NELLA DIVINA COMMEDIA

-I suicidi sono tramutati in piante secche, contorte e nodose.
-Disprezzarono se stessi e il proprio corpo, straziandolo, ora sono relegati ad una forma di vita inferiore (le piante) e sono straziati dalle Arpie.
-Per coloro che si tolsero la vita, si perpetua in eterno la scissione avvenuta al momento del suicidio: l’anima non potrà mai più riunirsi al corpo.
-L’ambientazione suggestiva della selva con i suoi rami contorti e foschi, rappresenta la contorta psicologia di quei dannati e le loro anime sono imprigionate in una forma di vita inferiore: essi sono al contempo uomini e vegetali.
-A differenza degli altri dannati dell’Inferno, dopo il giudizio universale non si riuniranno al corpo, che hanno disprezzato. Il corpo penzolerà dai rami; l’immagine è ancora più suggestiva, se si pensa che il suicida tipico è l’impiccato.

LA POSIZIONE DELLA CHIESA

Art.2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. E’ lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

Art.2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

Art.2282 Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale.

Art.2283 Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.

Gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida.

Art.1013 La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è « finito l’unico corso della nostra vita terrena », [597] noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. “Come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, (Eb 9,27). Non c’è « reincarnazione » dopo la morte.

DANTE, LA CHIESA…IN MY HUMBLE OPINION…

Non so con precisione perché ho deciso di trattare questo argomento, in realtà avevo fatto già un altro post tempi addietro, per cui credo sia un ulteriore passo avanti, verso una conoscenza più profonda, che la mia mente ha voluto in tutti i modi rielaborare. Sicuramente ho una sensibilità particolare verso questi soggetti che vedono nel suicidio, l’unica via d’uscita e provo una tenerezza infinita per loro, un amore che vorrei abbracciarli tutti, uno ad uno; non so, ma qualche volta anche io, ho avuto di questi pensieri, lo devo ammettere. Pensieri, gia’, accompagnati pero’ da momenti di dolore estremo che la vita non mi ha risparmiato e parlo di quel dolore sordo, muto, dove il freddo dell’anima pare diffondersi per tutto il corpo, stringendolo senza mollare la presa, ed è lì, il momento più fragile per ogni essere umano, ed è lì, che un cedimento può essere possibile, soprattutto se non ti senti compreso, se avverti un vuoto che magari sei solo tu ad avvertirlo, ma c’è, ed e’ terribilmente reale e sei solo tu, a faccia a faccia con la tua anima, che non riflette più luce, ma solo il buio della solitudine.
La Chiesa afferma, senza tanti giri di parole, che per il suicida, non può esserci salvezza, perfino dopo il Giudizio Universale essi saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo. I suicidi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, perché hanno un unico comune denominatore: LA DISPERAZIONE. In un’epoca sconvolgente come la nostra, infarcita di crisi economica, di sporchi affari delle banche, di disoccupazione, di imprenditori, di lavoratori ridotti di colpo in miseria, privati di ogni dignità, possiamo ancora parlare di suicidi o di omicidi mascherati? La solitudine, da sola, pesa già come un macigno sull’equilibrio psichico dell’individuo. Se poi unita alla perdita del lavoro, al fallimento, e alla mancanza di risorse, degenera in una inevitabile forma di auto-soppressione, vista come liberazione da un tormento, a tal punto schiacciante, da renderlo insostenibile. Da pochi giorni ho sentito in televisione di un’adolescente che si è buttata dalla finestra di casa sua, per via delle frustrazioni che ha dovuto subire dai suoi compagni di scuola-aguzzini. Il biglietto che ha lasciato scritto è palese: “Adesso sarete contenti”. Una ragazza così, secondo la Chiesa, sarebbe un’anima perduta…e i suoi torturatori, questi fanciulli viziati, bulletti da quattro soldi, che fine faranno? Come non chiedere conto anche ai loro genitori, su che tipo di educazione hanno impartito ai propri figli, per tramutarli così, in mostri senza cuore? Io lo dico spesso, che prima di generare prole bisognerebbe fare dei test psicologici e attitudinali ai futuri genitori! Questo esempio che ho voluto raccontare, insegna che quella povera creatura, ha pagato con la vita, un’insieme infinito di errori altrui. Ricordo bene il funerale negato a Welby, simbolo oramai di tutte le persone che non accettano piu’ una vita di strazio, come ricordo con dolore, che fino a poco tempo fa, la Chiesa non acconsentiva ai suicidi, neanche un posto in un camposanto. A questo punto, posso ben dire, che il mio pensiero diverge dalla Chiesa e L’articolo 2280 del Catechismo della Chiesa Cattolica è il “non plus ultra”, veramente il mio dissenso su questo punto è totale: Art.2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. E’ lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.. NOI UMANI PERTANTO, NON SIAMO I PADRONI DELLA NOSTRA ANIMA, DIO È IL SOVRANO E PADRONE…sto facendo un grande sforzo per scrivere…PADRONE, allora Dio ci ha fatto un DONO, ma resta LUI il proprietario…e che razza di regalo è? A volte solo l’idea che almeno l’anima sia nostra, intoccabile, inviolabile, crea nell’individuo, che puo’ essere affllitto da chissà quali sfortune o angherie, una forza incredibile, un vero e proprio toccasana. Se viene meno anche questa “proprietà”, l’uomo viene privato della sua appartenenza, della sua unicità, della sua diversità, rispetto ad ogni altro essere vivente sulla terra. Sì, io rivendico la proprietà della mia anima, non per SUPERBIA, ma bensì in nome di una libertà che mi fu concessa da Dio stesso. Libertà di amare o di odiare, di compiere il bene o il male e consapevole che giunta la mia ora, la riconsegnero’ al Sommo Creatore che me la donò. Mi sottoporro’ al Suo Giudizio, qualunque esso sia, con la coscienza che quell’anima era la mia, unica e irripetibile.

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
William Ernest Henley

Il poeta inglese scrisse Invictus durante il suo calvario in un letto di ospedale; in preda alla più profonda disperazione, invece di affliggersi reagì con coraggio, determinazione e speranza. L’anima invincibile di Henley è un’anima libera, priva di pregiudizi e di paure; un’anima che supera tutte le avversità e va avanti anche quando niente sembra avere senso. È un inno alla vita anche la più aspra e dura, che non lascia spazio a niente e a nessuno, se non a lui stesso.
“INVICTUS”, era la poesia usata da Nelson Mandela, per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid.

“DEUS CARITAS EST”

Non credo in un Dio, che condanna senza appello categorie di persone così fragili. Io stessa mentre scrivo, sento il mio cuore stringersi, per questi poveri esseri umani. Dio Padre, che e’ Amore assoluto, incommensurabile e incontrovertibile, come potrebbe anteporre il castigo, alla pietas? Orbene, di sicuro queste anime che hanno rifiutato la vita, dovranno comunque lottare dentro “quella foresta oscura” della propria mente per uscirne. Senza un corpo, la mente nell’Aldilà è comunque autonoma, soppravvive e plasma la materia, il pensiero in sostanza E’ CREATIVO e l’anima percepisce CIO’ CHE PENSA. Se l’anima è pura e libera da scorie negative, vedrà cio’ che noi chiamiamo il PARADISO. Se all’opposto, l’anima e’ gravata da pesanti negativita’, si circondera’ solo di pensieri estremamente dolorosi e bui, ed è quello noi umani, definiamo INFERNO. Per cui, queste anime possono rimanere “imbozzolate” per decenni, in quei meandri oscuri del dolore e della solitudine, che furono la causa del loro insano gesto. Ma prima o poi riusciranno ad intravedere i primi bagliori della Luce Divina che tutto avvolge e penetra…non può essere che così, perché Dio è carità.

LE SACRE SCRITTURE RIVELANO LA GRANDE MISERICORDIA DI DIO, ECCO ALCUNI ESEMPI:

La pecora perduta
«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
La dramma perduta
“O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Salmo 8 Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? E il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare. “…

Salmo 129 “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono”…

S.Paolo “Ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20b)

Per cui, mi sento di dire con tutto il mio cuore, ai familiari che hanno avuto un loro caro che si è sottratto alla vita, di non cadere nella disperazione, perché Dio è misericordia, misericordia, misericordia…

Dedico questo canzone di Fabrizio de André, “Preghiera in Gennaio” e l’articolo che ho scritto, a tutti coloro che non hanno avuto la forza di vivere in questo mondo.♥♥♥

Caro diario, niente da fare, anche questo post è lungo una Quaresima!!!! Sono tre articoli in uno. Con un argomento di questa portata e’ stato impossibile liquidarlo con superficialità, però…c’è sempre un’altra faccia della medaglia! Il mio consiglio? Leggetelo senza fretta, sorseggiando un bel caffè, come dissi una volta alla mia cara amica Isabella! E’ vero, il post è un bel “mattone”, costruito pero’ da Dalì, da Dante, dalle mie umili riflessioni, incluse quelle grandi di Fabrizio de Andrè, nella sua splendida canzone…Sapete cosa vi dico? Che una “tranvata” così, in fondo in fondo, non mi dispiacerebbe beccarla!!!! Pensate alla vostra Giusy e a quanto tempo ha dovuto documentarsi per poter scrivere questo testo, scoprirete così che dieci minuti di lettura, sono un niente, e che sul serio il tempo è soggettivo!. Bacioni a tutti e…buona lettura… se resisterete!
Giusy

P.S: Consiglio vivamente di vedere il film AL DI LÀ DEI SOGNI, con Robin Williams, tra l’altro, anch’esso suicida. Questo meraviglioso film, racconta ed evoca in modo plateale, il difficile percorso di un suicida, una volta varcata la soglia nell’altra dimensione.
*Ringrazio Marzia, per avermi inviato il video sulle opere di Dalì.

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