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Un popolo che non ha memoria del passato, non può costruire il suo futuro.

“BRUNO, NON ANDARE VIA!”

Bruno, Foto personale

Bruno, Foto personale

Bruno era il primo figlio maschio della famiglia, era minuto e gracile. Mio padre mi raccontava che amava molto sua madre e che le fischiettava sempre un ritornello di una canzone di quell’epoca: “Mamma son tanto felice perché ritorno da te, questa canzone mi dice tutto il mio amore per te…”. Arrivò anche per lui la cartolina di avviso per il servizio militare, Bruno andò, ma venne scartato perché il torace era sottomisura. In casa erano tutti contenti, quella sottomisura dovuta sicuramente dal poco nutrimento, pareva in quel contesto “quasi una benedizione”. Bruno era nel fiore degli anni, il suo pensiero cominciava ad andare alle ragazze, sbocciavano i primi amori…e le prime amarezze per lui. Già, da che mondo è mondo, anche tra poveri ci sono le distinzioni e le ragazze guardavano quelli che stavano meglio: gli abiti malconci di Bruno, la palese disastrosa situazione economica, non contribuivano di certo a dare una bella impressione e così Bruno, piano piano, cominciò a chiudersi in sé stesso. A dare il colpo di grazia, ci pensò un ritornello canzonatorio, in voga in quei anni: “chi non è adatto per il militare, non è adatto da maritare”. Bruno riprese il duro lavoro da contadino, con l’amarezza di chi sa che la propria condizione rimarrà senza possibilità di miglioramento. Intanto il conflitto proseguiva e cominciarono a scarseggiare gli uomini da mandare al fronte, cosicché il Duce chiedeva braccia di rinforzo da spedire in guerra. I seguaci fascisti più ferventi del mio paese, cominciarono subito a darsi da fare per assecondare Mussolini e iniziarono a cercare volontari. Un giorno questi avvoltoi salirono in cima alla collina e andarono a casa del nonno, cercavano Bruno. Ora quelle fragili braccia erano diventate indispensabili e gli avvoltoi sapevano come conquistare la preda; iniziò l’arte della circonvinzione: “Bruno arruolati come volontario, dai vieni via con noi…ti daremo una bella divisa, servirai la patria…dai, vieni via con noi, tanti ragazzi come te si sono gia’ arruolati, tu che aspetti…avrai tutte le donne che vorrai…”. Bruno tacque, era turbato questo si, ma tacque. Per un periodo decise di passare molte ore nel bosco, per non farsi trovare, ma i rapaci ritornavano spesso in cima alla collina, la preda era oramai stata avvistata e non avevano intenzione di mollare il cibo di cui avevano deciso di nutrirsi…

Bruno, non andare via…

2011-09-04 17.08.21

Bruno (il secondo partendo da sinistra). I “volontari” pronti a partire per la guerra. Foto di Anselmo Gigli

Quel giorno Bruno era a casa, gli avvoltoi annusarono il suo odore e lo trovarono, finalmente il delizioso piatto da gustare era lì a portata di mano e Bruno scelse di finire nelle loro fauci, disse “sì”. A nulla valsero le lacrime di mia nonna, Bruno decise di prendere quel treno e andarsene “volontario”, insieme ad altri ragazzi del paese, sventurati come lui. Appena arrivato a destinazione, Bruno si rese conto subito che era stato ingannato, lì si andava a combattere e a morire, altro che gloria e donne. Cominciò così a scrivere tante lettere a sua madre, dove raccontava l’amore verso di lei, ma anche la paura e il desiderio di scappare. Si, Bruno voleva andarsene, ma la paura di rappresaglie verso la famiglia lo trattenevano; poi di colpo tutto s’interruppe, la guerra era nel momento più virulento, di lui non si seppe più nulla. A casa quel silenzio pesava come un macigno, di tanto in tanto, arrivava un viscido personaggio, su in cima alla collina, si spacciava per un indovino, quest’ infame vendeva sogni alla nonna e a tutte le mogli o madri che attendevano il ritorno dei loro cari. Mio padre mi raccontava, che il sedicente mago, prendeva un ciondolo e lo faceva ruotare su se stesso in maniera circolare e diceva alla nonna: ” Bruno e’ vivo, è vivo, sta per tornare!”. Gli occhi chiari di nonna si illuminavano ancora di più con quelle parole e la speranza tornava ad albeggiare nel suo cuore. Poi il fattucchiere passava alla riscossione del denaro, pochi spiccioli, ma per nonna significavano ancora pasti da saltare e doppio lavoro per raggranellare quelle monetine. Non c’è mai fine al peggio, approfittarsi così di queste povere donne dal cuore spezzato, non si può non riflettere su quanto l’uomo degradi se stesso e quante potenzialità possiede sia per fare il bene, sia per fare il male. Gli anni intanto passavano e arrivò anche il benedetto giorno in cui la guerra finì. Per le strade c’era aria di festa, quel ventennio fascista fu spazzato via con l’arrivo delle truppe americane. Mio padre mi raccontava che il paese era praticamente distrutto. La liberazione presentò il suo conto: gli americani bombardavano a tappeto, non venivano di certo a morire con truppe di terra; usavano gli aerei per risparmiare le proprie vite umane, in fondo mica era la loro Patria! La gente comunque li accoglieva festosi e mio padre si stupiva nel sentire quella lingua sconosciuta, lui era piccolo e gli americani lo prendevano in braccio e gli regalavano la cioccolata. Zia Bruna in quei giorni scendeva spesso dalla collina ed andava in paese, lì incontrò zio Nicola tornato da poco da Torino, anche lui aveva il figlio partito in guerra. In quei febbrili giorni tutti attendevano con trepidante ansia il rientro dei familiari partiti in guerra, zio Nicola come vide zia Bruna si ammutoli’, riprese fiato e gli raccontò che suo figlio era tornato; allora zia domandò: “E Bruno, sai qualcosa di Bruno?”. Zio Nicola si abbandonò al pianto e singhiozzando, gli rivelo’ la tremenda notizia…Zia Bruna cominciò a piangere e a correre su per la collina come il famoso militare ateniese Filippide. Correva senza fermarsi e le lacrime scorrevano al vento che le spargeva in quell’aria pura, come un aspersorio di un sacerdote quando benedice. Arrivò da nonna Pasqua e disse a lei quello che non avrebbe mai voluto dirle …Un grido forte e prolungato si udì in quel colle, lo stesso grido che una madre emette quando sta per nascere il suo bambino, in quel momento nonna Pasqua lo sviscero’ invece, per gridare al mondo la morte di suo figlio. Bruno era morto e da quattro anni. Morì poco dopo che arrivò al fronte, una pallottola gli trapasso’ il cranio, era stato seppellito in un cimitero militare a Brescia, non aveva neppure vent’anni.

Nell’immediato dopoguerra, quando le cose cominciavano a riassestarsi, partirono anche le ricerche per riportare Bruno a casa. Un sacerdote del mio paese (don Omero), durante la guerra era stato cappellano militare, iniziò lui le ricerche e le pratiche necessarie per ritrovare Bruno. Tornò Bruno, ma in una piccola cassettina, ricoperto dalla bandiera tricolore, pareva che quella bandiera volesse abbracciarlo ancora, voleva tenerselo con sé quel povero ragazzo morto proprio per lei, per farla sventolare ancora. Ora Bruno riposa in pace con sua mamma, sono di nuovo insieme e lo saranno per sempre.

Milite ignoto

Fratello senza nome e senza volto da una verde trincea t’ han dissepolto .

Dormivi un sonno quieto di bambino, un colpo aveva distrutto il tuo piastrino.

Eri soltanto un fante della guerra,

muto perché t’inbavaglio’ la terra.

Ora dormi in un’ urna di granito,

sempre di lauro fresco rinverdito.

E le madri che più non han veduto tornare il figlio come te caduto,

né san dove l’abbian sepolto,

ti chiamano e rimangono in ascolto.

Oh, se mai la voce ti donasse Iddio per dire,

o madre, il figlio tuo son io.

Renzo Pezzani

DEDICO QUESTO SCRITTO A MIO ZIO BRUNO E A TUTTI I CADUTI IN GUERRA.

LA NOSTRA LIBERTÀ NASCE DA QUESTO SANGUE INNOCENTE.

MEDITATE CHE CIÒ È STATO.

Mi congedo ricordando con affetto zia Bruna da poco salita in Cielo, testimone oculare e da me interpellata varie volte, per comporre questo racconto.

Giusy Lorenzini♥

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