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Un popolo che non ha memoria del passato, non può costruire il suo futuro

dino

“BABBO, PERCHÉ TUTTI QUEI FIGLI?”

Mio padre nacque il 15 Aprile del 1933, si chiamava Dino. La sua era una famiglia di poveri contadini ed era il penultimo di 8 figli. Nacque nel periodo fascista e c’era la guerra. Mio padre mi raccontava spesso come viveva lui e la sua famiglia, di frequente ero io stessa a porgergli le domande che prendevano vita, così, all’improvviso: a tavola, passeggiando, in macchina, seduti a frescheggiare. Mi raccontava che morivano di fame, non c’era pane a sufficienza e quel podere non produceva abbastanza grano per poter sfamare tutte quelle bocche…poi veniva il padrone e prendeva la metà del raccolto. Io gli dicevo: “babbo perché tutti quei figli?” Mi ricordo che scuoteva la testa e mi diceva che la Chiesa voleva figli, il Duce voleva figli, il padrone voleva figli, anzi, braccia giovani, forti e robuste, per lavorare i suoi campi; altrimenti non gli davano il podere. Il babbo frequentava la scuola perché era maschio, i maschi dovevano saper leggere e scrivere, perché partivano per la guerra o dovevano fare il militare per cui saper scrivere, significava poter tenere la corrispondenza con la famiglia ed era questo il principale scopo dell’istruzione! Le bambine invece, potevano fare solo la prima e la seconda, giusto per saper fare una firma o poco più, il loro destino era già deciso da altri: andare a lavorare nei campi o al pascolo con gli animali. Spesso e volentieri il padrone “ricordava” alla famiglia quando fosse giunto il momento di far abbandonare la scuola ai rispettivi figli, i contadini dovevano rimanere ignoranti, non era cosa giusta che sapessero far di conto; i motivi di questo atteggiamento dispotico sono chiari: l’ignoranza è una forza per il potere, qualunque esso sia. Mio padre andava a scuola a piedi, ma dalla casa alla scuola c’erano tre chilometri di strada sterrata e ogni giorno la percorreva: sotto il sole cocente, sotto la neve, sotto la pioggia. Era vestito con dei calzoncini corti e con ai piedi degli zoccoli di legno, che con la neve s’ingrossavano e così doveva fermarsi spesso per sbattere la neve in eccesso. Il grembiulino era sgualcito e nero, nero come la miseria che non l’abbandonava mai, neppure per andare a scuola. Mio padre a scuola era bravissimo, aveva una memoria eccellente, tanto che alcuni bambini chiedevano sempre a lui come risolvere i problemi o quant’altro. Ma la necessità aguzza l’ingegno e ben presto mio padre cominciò a chiedere in cambio le merende di chi chiedeva a lui lumi… e così si riempiva quella pancia perennemente vuota! La maestra a volte chiedeva di portare delle calze di lana per i soldati in guerra, ma figurarsi mio padre, non le aveva neppure per sé…e poi, come mandavano a combattere questi poveri soldati? Il sabato mio padre doveva indossare la divisa da “Balilla” e doveva sfilare insieme agli altri bambini per la “parata” imposta dal Duce per le vie del paese. Quando arrivava l’estate, mio padre partiva per la colonia estiva organizzata dal Comune per i bambini più poveri, neanche a dirlo, essendo sottopeso ci rientrava sempre in graduatoria! Partivano così per il mare, certo, non è che potevano fare quello che volevano, però almeno si mangiava e non era cosa da poco! Mio padre, mi raccontò che un giorno c’erano delle bancarelle al mare e lui s’incanto’ a guardare un cavallino di legno, era così attratto da quel tenero gioco che non senti il fischietto della responsabile della colonia; senti invece la sberla che gli gonfio’ in faccia la fascistona, tanto che mio padre non perdono’ mai quella donna, che tra l’altro viveva in paese e la conosceva bene. Un bambino che era diventato suo amico al mare, per consolarlo compero’ quel cavallino e lo regalo’ a mio padre…quanto amore in quel gesto!

Caro diario, dimenticare il passato è molto grave, perché incide profondamente sul presente e soprattutto sul futuro, quello dei nostri figli. Così, visti i fatti sconcentanti di corruzione e di malaffari endemici del nostro paese, ho deciso di raccontare come si svolgeva la vita in Italia, meno di cento anni fa, grazie alla testimonianza diretta che ha reso mio padre a me. Racconterò tutte le cose che mi diceva, in più riprese, una specie di mini-racconto, in modo che anche quando io non ci sarò più, tutto questo rimarrà. Non è solo il racconto di mio padre, è uno spaccato di vita di un’intera società, che fu una società povera, sottomessa, senza voce in capitolo e che potrebbe tornare ad essere così, perché i diritti conquistati si perdono facilmente se tutti noi non ci mettiamo in gioco, ognuno con le proprie capacita’, per difendere i valori che i nostri avi hanno duramente conquistato: democrazia e libertà. Buona lettura, Giusy

PS. Il blog è intitolato Dio, lontano e vicino, lo so, molti potrebbero pensare che questo racconto su mio padre è fuori tema. Io ci ho riflettuto, Dio è accanto ai poveri, agli ultimi, Gesù annunciava l’uguaglianza, l’amore per il prossimo, la pace. No, conosco le Sacre Scritture non è fuori tema, io rendo testimonianza di quello che fu, poi ognuno deve trarre da solo le proprie conclusioni.

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